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" U finicegliu" o baco da seta"
L'arte
della seta era praticata in Calabria già intorno all'anno mille. La
produzione della seta, in passato, rappresentò la ricchezza prevalente
per il paese in quanto fonte di commercio. All'incirca un secolo fa,
buona parte degli abitanti di Ferruzzano allevavano il baco da seta. Il
baco da seta o filugello nasce da un uovo piccolissimo, si nutre di
foglie di gelso, tesse un bozzolo per il letargo durante il quale si
trasforma in crisalide e in farfalla, tutto nel giro di pochi giorni. Le
uova o "semenza" come la chiamavano gli abitanti di Ferruzzano
venivano comprati a Locri o a Reggio Calabria. Durante la sua breve vita il baco da seta
(chiamato comunemente "finicegliu") aveva bisogno di molte cure
, infatti gli
allevatori dovevano stare attenti a mantenere costanti temperatura ed
umidità. Anzitutto per fare dischiudere le uova (semi) era necessario
un ambiente adeguatamente riscaldato. Appena le minuscole uova si
schiudevano, i bruchi venivano posate sulle foglie di gelso,
sulle quali i bruchi salivano e a questo punto venivano passati dal
fazzoletto sulle "cannizze" o "gistruna" poste in un locale ampio e ben protetto dagli
sbalzi di temperatura. Sui bachi venivano poi messe altre foglie di
gelso,questa volta, però, sminuzzate ed asciutte. L'attività dei bachi
consisteva esclusivamente nel divorare le foglie di gelso dalla mattina
alla sera. Intanto i bachi crescevano rapidamente e mutavano la pelle
quattro volte, ogni muta avveniva dopo otto giorni e corrispondeva alla
fine di un'età. Dopo il settimo giorno dell'ultima muta i bachi
assumevano un colore giallo oro, a questo punto era necessario preparare
le 'impalcature' che erano il luogo dove i bachi filavano il loro
bozzolo ed erano fatte di ramoscelli di ginestre. I bachi, posti nelle
impalcature, cominciavano a filare il bozzolo con un filo sottilissimo
detto 'bava' che poteva raggiungere anche la lunghezza di 1500 metri. Ultimato
il bozzolo, nel suo interno, il baco cadeva in letargo e si trasformava
in crisalide e poi in farfalla pronta ad uscire ad accoppiarsi e a
deporre altre uova. A questo punto, bisognava intervenire per impedire
alla farfalla di uscire dal bozzolo, altrimenti ciò avrebbe provocato
la rottura del filo in tanti frammenti inutilizzabili. Quindi le massaie
, per evitare la rottura del filo immergevano le crisalidi in acqua
bollente, facendole morire. Con
il “matassaro”,
pezzo di canna lungo quasi un metro con due pioli alle estremità, si
raccoglieva la seta e si formavano le matasse. A volte le massaie lavoravano
in comune spartendosi il guadagno, esse si dividevano il lavoro: c'era
chi puliva i bachi, chi raccoglieva il gelso, chi sminuzzava i pampini,
c'erano gli addetti alla battitura e chi raccoglieva il filo di seta in
matasse.
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